Era stato lui il primo a piegare la testa alla “moderna coscienza pubblica”
Quando fu abortito Moro - prima parte
Le brigate rosse uccisero Aldo Moro con undici colpi di mitra il nove maggio di trent’anni fa, lasciando il corpo del presidente della Democrazia cristiana avvolto in un cappotto grigio dentro il cofano di una Renault 4. Era la primavera del 1978, Aldo Moro rimase prigioniero dei suoi assassini per cinquantacinque giorni e i brigatisti abbandonarono il cadavere del presidente della Dc a metà strada tra la vecchia direzione della Democrazia cristiana e quella del Partito comunista (in via Caetani). Passarono pochi giorni, i giornali continuarono a raccontare i dettagli della “strategia di annientamento” delle Br, Francesco Cossiga si dimise da Ministro degli interni, la Dc vinse le elezioni amministrative (42,7 per cento dei voti, crollo del Pci e passi in avanti del Psi) e poche ore dopo il discorso alle Camere su Aldo Moro del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il primo atto ufficiale del Parlamento fu l’approvazione della legge 194.

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
